Il dilemma di settembre
Settembre porta con sé il ritorno a scuola e una domanda ricorrente nelle famiglie: quale sport far praticare ai bambini? Nuoto, calcio, danza, atletica. Le opzioni abbondano, i dubbi pure. C’è chi vorrebbe imporre la propria passione sportiva, chi si lascia guidare dalle mode del momento, chi invece cerca disperatamente una risposta razionale a un interrogativo che razionale non è del tutto.
La questione va oltre la semplice ricerca di un passatempo pomeridiano. L’attività fisica regolare è fondamentale fin da piccoli per favorire una vita lunga e sana, ma il rischio è trasformare lo sport in un obbligo anziché in un piacere. E quando il divertimento scompare, tutto il resto perde significato.
L’età conta, eccome
Prima dei cinque anni, parlare di sport vero e proprio è prematuro. Al di sotto dei 5-6 anni è sconsigliabile praticare sport con allenamenti intensivi che si concentrano sull’esecuzione ripetuta di gesti tecnici, lo sport deve rimanere un gioco. I piccoli hanno bisogno di movimento libero, spontaneo, senza pressioni tecniche o competitive.
Il nuoto rappresenta un’eccezione interessante. Occupa un posto di rilievo nelle attività adatte ai bambini per la sua efficacia nel rafforzare tutta la muscolatura senza sovraccaricare le articolazioni, ed è uno sport completo che incrementa la capacità polmonare. Ma attenzione: per i più piccoli si parla di acquaticità, non di vasca olimpica.
Quando arrivano i primi confronti
Intorno ai sei anni cambia tutto. Scegliere uno sport di squadra o individuale non dipende solo dall’indole del bambino, ma soprattutto dal suo grado di sviluppo motorio e della sua coordinazione. È l’età in cui iniziano calcio, basket, pallavolo. Discipline che richiedono capacità collaborative ancora acerbe in molti bambini.
Gli sport di squadra hanno estimatori e detrattori. È preferibile ritardare l’approccio agli sport di squadra, sostengono alcuni esperti della medicina dello sport. La priorità resta lo sviluppo delle abilità motorie di base: camminare, saltare, lanciare. Il resto verrà.
Il peso delle aspettative
Molti genitori vedono nello sport la proiezione dei propri sogni incompiuti. Non bisogna imporre uno sport solo perché popolare o secondo gli interessi degli adulti, ma ascoltare i desideri e le inclinazioni naturali del bambino. Una verità scomoda quanto necessaria.
La danza offre benefici peculiari. Stimola la coordinazione motoria, la percezione del proprio corpo nello spazio e favorisce la creatività, particolarmente indicata per i bambini che amano esprimersi attraverso il movimento e la musica. Eppure resta spesso relegata alle bambine, vittima di stereotipi duri a morire.
Variare prima di specializzarsi
La tentazione di specializzare precocemente un figlio è forte. Vederlo eccellere in una disciplina specifica gratifica, senza dubbio. Ma È raccomandato introdurre i bambini a più discipline in età prescolare, così da scoprire le preferenze individuali prima di specializzarsi, questa varietà facilita uno sviluppo motorio globale.
Il calcio resta lo sport più amato, almeno in Italia. È uno degli sport più amati dai bambini anche grazie alla sua natura altamente sociale, ma è necessario monitorare l’intensità e imparare a gestire la competizione. La linea tra passione e ossessione può essere sottile.
Quando lo sport diventa problema
Esiste un rovescio della medaglia. Gli ortopedici raccomandano di praticare un’ora al giorno di attività fisica, almeno 3 volte a settimana dalla scuola elementare in poi. Troppo poco e si rischia la sedentarietà, troppo e arrivano gli infortuni da sovraccarico.
L’atletica leggera viene spesso sottovalutata. La ginnastica propedeutica a discipline come atletica, pallavolo o calcio, stimola lo sviluppo di abilità motorie di base come camminare, saltare e lanciare. Una base solida su cui costruire qualsiasi percorso sportivo futuro.
Il ruolo del pediatra
È importante valutare lo stato di salute generale e la predisposizione fisica, evitando sport troppo intensi o non adatti a particolari problematiche. Un passaggio che molte famiglie trascurano, concentrandosi più sull’iscrizione che sulla valutazione medica preliminare.
E se il bambino ha una patologia cronica? Andrà scelto uno sport adatto in termini di impegno fisico, per i bambini con disabilità motoria è consigliata l’attività in acqua, così da ridurre le sollecitazioni alle ossa. Lo sport resta accessibile, basta trovare la chiave giusta.
Oltre il campo da gioco
C’è un aspetto che trascende la prestazione fisica. L’attività fisica fa bene al corpo e allo spirito, rafforza l’autostima, migliora il rapporto con gli altri e allontana i rischi legati alla sedentarietà. Benefici che nessun certificato medico può quantificare ma che ogni genitore riconosce.
Il tennis, disciplina asimmetrica per eccellenza, rappresenta un caso particolare. È uno sport asimmetrico che impegna principalmente gli arti superiori ed è consigliabile prevedere una preparazione generale prima di apprendere la tecnica specifica. Federer può attendere.
Alla fine, la scelta perfetta probabilmente non esiste. Esiste però l’ascolto, la pazienza di sperimentare, la capacità di distinguere tra le proprie ambizioni e quelle dei figli. E forse è proprio questo l’unico criterio davvero importante: lasciare che siano loro a trovare la propria strada, un allenamento alla volta.