La rivincita del tabellone contro lo schermo
Qualcosa sta cambiando nelle case italiane. Mentre la tecnologia colonizza ogni angolo della quotidianità infantile, sempre più genitori si stanno rendendo conto di un paradosso: i loro figli, iper-connessi e iperattivi, faticano a concentrarsi, ad aspettare, a perdere con dignità. E allora tornano indietro, verso quel mondo analogico fatto di scatole di cartone, pedine colorate e regole stampate su fogli di carta.
Valentina Giurbino, pedagogista clinica nota su Instagram come @Pedagogista Ludica, ha osservato questo fenomeno da una posizione privilegiata. “I giochi in scatola stanno tornando di moda proprio perché i genitori hanno capito che i bambini stanno troppo sugli schermi”, spiega. La sua non è nostalgia fine a se stessa, ma l’analisi di chi ha studiato come i bambini apprendono attraverso il gioco.
Cosa succede davvero quando un bambino lancia i dadi
Prendiamo il gioco dell’oca, quel percorso a spirale che generazioni di italiani hanno percorso contando le caselle. Sembra semplice, quasi banale. Eppure, quando un bambino di quattro o cinque anni muove una pedina dopo aver lanciato i dadi, sta compiendo operazioni cognitive complesse.
“I bambini imparano ad associare un numero alla quantità, grazie al lancio dei dadi che implica poi uno spostamento della pedina”, precisa la pedagogista. E c’è dell’altro: il gioco prevede imprevisti – caselle che ti mandano indietro, che ti fanno saltare un turno. Imprevisti che i bambini “imparano a conoscere e ad accettare come possibili e superabili nella vita”.
Gli scacchi e l’arte della previsione
Quando si passa a giochi più complessi come gli scacchi, il livello di sfida si alza drammaticamente. Qui non basta la fortuna del dado. Bisogna ragionare, anticipare, costruire strategie. “Gli scacchi obbligano a ragionare sulla previsione delle mosse dell’altro”, spiega Giurbino. Il bambino deve pianificare le proprie mosse e contemporaneamente immaginare quelle dell’avversario.
I movimenti dei pezzi – semplici, ripetitivi, specifici – lavorano sulle competenze visuo-spaziali. Lo stesso vale per la dama, versione apparentemente più accessibile ma altrettanto formativa per lo sviluppo cognitivo.
Il problema delle banconote finte (e di quelle digitali)
C’è un dettaglio che rivela quanto la pedagogista Giurbino sia attenta ai meccanismi dell’apprendimento infantile. Parliamo del Monopoli, gioco dove la gestione del denaro è centrale. Esistono versioni moderne con carte di credito elettroniche, più veloci, più “tecnologiche”. Ma secondo l’esperta andrebbero evitate.
“Un bambino di sette-otto anni che usa una finta carta di credito non riesce a concepire il valore di qualcosa che per finta sta acquistando, perché non lo tocca con mano”, osserva. I bambini hanno bisogno di maneggiare le finte monete e le finte banconote per comprenderne il valore. È una questione di concretezza, di materialità dell’apprendimento.
Quando un genitore dovrebbe lasciar vincere il proprio figlio
La domanda è inevitabile: come fa un adulto a giocare “ad armi pari” con un bambino a dama o a scacchi? La risposta della pedagogista sorprende per il suo pragmatismo. Non può farlo, punto. Ha alle spalle “almeno trent’anni in più di partite”.
Ma c’è una clausola importante: se il bambino ha un’autostima molto bassa, è utile permettergli di capire che è competente in qualcosa, “sia anche un gioco da tavolo, lasciandolo vincere o almeno giocando con una mano sola”. Però – e qui arriva il rovesciamento – in generale i genitori non dovrebbero crucciarsi troppo se il bambino perde.
“La sconfitta lo allena alla frustrazione, che il genitore deve imparare ad accogliere”, conclude Giurbino. Perché forse è proprio questo il vero insegnamento dei giochi da tavolo: non vincere sempre, ma imparare a giocare nonostante la possibilità della sconfitta.
Le abilità che nessun videogioco può insegnare
Mentre i bambini muovono pedine, contano pallini sul dado, spostano dischi su una scacchiera colorata, stanno facendo proprie abilità che saranno utili per tutta la vita. L’attesa del proprio turno. La contesa leale. La pianificazione delle attività. Lo studio delle mosse dell’avversario.
Giurbino non crede che i giochi in scatola avranno mai la meglio sui videogiochi. Sarebbe irrealistico. Ma sostiene che non verranno mai completamente superati dai giochi tecnologici, proprio per la specificità di queste competenze che sviluppano.
Forse è per questo che in molte case italiane, accanto alle console e agli iPad, stanno ricomparendo scatole polverose recuperate dalle cantine. Scatole che contengono qualcosa di prezioso: il tempo condiviso, le regole chiare, la possibilità di guardarsi negli occhi mentre si gioca. Cose che, a pensarci bene, non si erano mai passate di moda. Semplicemente, le avevamo dimenticate.