Oltre il camice: quando il pediatra diventa voce pubblica
C’è un momento in cui la medicina smette di essere solo cura e diventa testimonianza. Per i pediatri italiani, quel momento è adesso. La categoria professionale sta attraversando una trasformazione silenziosa ma radicale: da medici che visitano bambini in ambulatorio a sentinelle territoriali che denunciano le crepe del sistema. Il loro sguardo non si ferma più alla gola arrossata o alla febbre da controllare.
Guardano le disuguaglianze che si annidano nei quartieri, le famiglie che non possono permettersi le stesse opportunità, i servizi che funzionano a Milano e scompaiono a Caltanissetta. Pediatri con un nuovo ruolo di “voce pubblica” e sentinella nei territori, capaci di difendere i diritti dei bambini e denunciare le disuguaglianze, lavorando perché in ogni angolo del Paese esistano le stesse possibilità di crescere sani.
L’intelligenza artificiale entra nelle vite degli adolescenti
La prima sfida ha un volto digitale. L’intelligenza artificiale è ormai parte integrante della quotidianità degli adolescenti: il 92,5% la utilizza, contro il 46,7% degli adulti. I ragazzi dialogano con chatbot, chiedono consigli a sistemi automatici, usano traduttori e assistenti vocali per lo studio. Fin qui, nulla di scandaloso.
Il punto è un altro. L’IA viene utilizzata soprattutto per studio e ricerca di informazioni, ma anche come supporto emotivo: molti apprezzano che sia sempre disponibile, non giudichi e capisca. Alcuni adolescenti preferiscono confidarsi con una macchina piuttosto che con un essere umano. La domanda che i pediatri devono porsi è semplice e inquietante: cosa succede quando un ragazzo smette di cercare ascolto nelle persone?
Una tecnologia ambivalente
Con il programma CCM 2024, sono stati finanziati progetti sull’intercettazione precoce di adolescenti con comportamenti autolesivi, utilizzando tecnologie digitali, intelligenza artificiale e chatbot. L’IA può diventare strumento di diagnosi precoce, un alleato per individuare segnali di disagio prima che esplodano. Il confine tra opportunità e rischio è sottile come un filo.
Prevenzione: la parola che nessuno vuole pronunciare
La seconda sfida riguarda la prevenzione, quella vera. Non le campagne a slogan, non i manifesti colorati appesi nelle scuole. Sono cruciali il ruolo della prevenzione e la possibilità per le famiglie e i minori che ne hanno necessità di disporre di una rete accessibile di servizi per la salute mentale. Prevenire significa intercettare i segnali prima che diventino emergenze.
I campanelli d’allarme non sempre sono segnali di un futuro disturbo psichico, ma sono comunque segni di rischio: dai disturbi permanenti del sonno alla disregolazione emotiva, dal deficit di attenzione alla difficoltà nelle relazioni sociali. Un bambino che non dorme, un adolescente che si isola, una ragazza che rifiuta il cibo. Sono dettagli che i genitori attribuiscono alla crescita, alle fasi. Invece sono tracce.
Salute mentale: l’epidemia silenziosa
Terza sfida, la più urgente. La grande sfida della nostra epoca è la salute mentale: non è retorica, è la constatazione di un’emergenza silenziosa che sta attraversando le giovani generazioni. Prima della pandemia, la prevalenza dei problemi di salute mentale si collocava intorno al 18-20% della popolazione minorile, ovvero tra 1,8 e 2 milioni di persone: nel 2019, si stimava che il 16,6% dei ragazzi fra i 10 e i 19 anni soffrisse di problemi di salute mentale.
Poi è arrivato il Covid. E quei numeri sono esplosi. Fra il 2018 e il 2022, il tasso di disturbi multipli di salute negli adolescenti è aumentato, soprattutto tra le ragazze, mentre la prevalenza di ansia e depressione tra i giovani sotto i 20 anni è cresciuta di circa il 20%. Disturbi alimentari, autolesionismo, ideazione suicidaria. Parole pesanti che riempiono gli studi dei neuropsichiatri infantili.
Il problema dello stigma
Lo stigma e la discriminazione, accanto a un’insufficiente offerta di servizi di prevenzione e cura, impediscono spesso a chi ne ha più bisogno di ricevere assistenza e cure. 1 adolescente italiano su 5 soffre d’ansia, e 1 su 3 dice che chiedere aiuto ad un esperto è motivo di vergogna. La vergogna diventa una prigione invisibile.
Disuguaglianze territoriali: l’Italia a due velocità
Quarta sfida. Il quadro complessivo mostra una forte disomogeneità tra le regioni, con divari evidenti nell’accesso ai servizi, nella qualità dell’istruzione, nella salute e nella sicurezza scolastica. Un bambino che nasce a Bolzano ha possibilità diverse da uno che nasce a Reggio Calabria. Non è un caso, è una scelta politica che si ripete da decenni.
L’impatto risulta molto spesso differenziato in base alle possibilità economiche della famiglia e alla presenza di servizi sociali e sanitari sul territorio: l’aumento delle richieste di aiuto durante la pandemia ha messo in evidenza alcune carenze di sistema. Carenze che preesistevano al virus, che il virus ha solo reso più evidenti.
Diritti: quando le parole restano sulla carta
Quinta e ultima sfida, forse la più difficile da affrontare perché richiede un cambiamento culturale profondo. Povertà minorile, dispersione scolastica, mancanza di servizi per l’infanzia, disuguaglianze territoriali e discriminazioni verso minori con disabilità o con background migratorio continuano a creare forti disparità.
L’Italia ha ratificato la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia nel 1991. Sono passati più di trent’anni. Eppure in un’epoca segnata da guerre, crisi climatica, povertà e disuguaglianze, sono le nuove generazioni a pagare il prezzo più alto: bambini e adolescenti che, in molti Paesi, vivono situazioni di deprivazione e diritti negati.
La necessità di politiche concrete
Serve la necessità di politiche pubbliche più mirate, coordinate e inclusive, che tengano conto delle differenze territoriali e pongano l’infanzia realmente al centro: un impegno concreto e duraturo per garantire a tutti i bambini e ragazzi pari opportunità di crescita. Non proclami, non convegni. Azioni.
I pediatri lo sanno. Vedono le conseguenze ogni giorno. Vedono il bambino che non ha accesso alle cure perché la famiglia non può permettersi di spostarsi in un’altra regione. Vedono l’adolescente che abbandona la scuola perché il contesto sociale lo schiaccia. Vedono le famiglie che si spezzano sotto il peso delle difficoltà economiche e della mancanza di supporto.
Cinque sfide, un’unica direzione
Intelligenza artificiale, prevenzione, salute mentale, disuguaglianze, diritti. Cinque frontiere che si intrecciano, si sovrappongono, si alimentano a vicenda. Non sono temi separati che si possono affrontare uno alla volta. Sono facce diverse dello stesso problema: un Paese che ha smesso di mettere i bambini al centro delle sue priorità.
I pediatri stanno provando a cambiare rotta. Stanno uscendo dagli ambulatori per entrare nel dibattito pubblico, per denunciare quello che vedono, per chiedere quello che serve. Resta da capire se qualcuno li ascolterà.